E intanto stanotte l'ho sognato ancora.
S.
Ma sarà che sono stupida o cosa?
Se ne sono appena andati.
E io penso che mi piace, mi piace questa amicizia.
"Avete voglia di fare qualcosa stasera?" così, un po' all'ultimo minuto, senza chissà quali appuntamenti predisposti. "No, perchè noi avremmo un po' di spezzatino e polenta e formaggi..."
Andata.
Ci scappa anche un bel film?
Rapido check: su Sky che fanno? E quelli a pagamento? Sara però non ha ancora visto Stargate, il film...
Andata anche quella.
Sara arriva sempre con qualche sacchetto e con magici contenitori che mandano profumi deliziosi, quando li apri. E qualsiasi cosa porti sai che l'ha scelta col il cuore e con un gusto infallibile e un'attenzione amorosa per quel che è buono. Bello e buono.
Così stasera arriva con il suo spezzatino coi funghi e la polenta e formaggi.
E io ho fatto un dolce super rapido, con budino e biscotti.
Film, popcorn, divano, poi la cena, lei che si muove tra i fornelli come fossero i suoi e anche questo mi piace, questa non-chalance, questa mancanza (grazie a dio!) di pippe mentali e di 'scusa, posso?' e di inutili formalismi.
Domani è lunedi, ma oggi, per un po', è ancora domenica.
Che qualcosa sia successo vent’anni fa o soltanto ieri, all’origine di tutto ci deve essere un’emozione; un’emozione che mi tocchi da vicino e che io possa capire
Questa, in ogni caso, è fra le cose più belle della letteratura: scopri che i tuoi desideri sono universali, che non sei solo, che non sei isolato da nessuno. Sei parte di.
“Si deve iniziare col prendere appunti. Può capitare di doverlo fare per anni.. Quando pensi a qualcosa, quando ricordi qualcosa, mettilo al suo posto” disse. “Ma scrivilo mentre ci stai pensando. Potresti non coglierlo con altrettanto vigore, la seconda volta.”
Non sforzarti di essere arguta quando scrivi, se non ti viene naturale. Cerca, semplicemente, di essere sincera ed autentica.
Quando racconti un aneddoto, raccontalo in modo tale che i tuoi ascoltatori possano davvero vedere le persone di cui stai parlando.
Per scrivere bene, bisogna dominare totalmente il proprio soggetto […] Scrivere bene è, nello stesso tempo, pensare bene, sentire bene e rendere bene l’idea: è avere, nello stesso tempo, spirito anima e gusto.
(G. L. Buffon, Discorso all’Accademia francese)
Lo stile, per lo scrittore, come il colore per il pittore, è un problema non di tecnica, bensì di visione.
(M. Proust, Il tempo ritrovato)
Lo stile è un composto di linguaggio, pensiero e personalità
(L. Yutang, L’arte di vivere)
Scava la tua sensazione. Guarda che cosa c’è dentro. Non analizzarla con parole. Traducila in immagini sorelle, in suoni equivalenti. Più è netta, più si afferma il tuo stile. (Stile: tutto quello che non è tecnica)
(R. Bresson, Note sul cinematografo)
Un’altra cosa che ho osservato nei racconti dei principianti è che non scavano quasi mai a fondo nei personaggi, che non ne rivelano molto il carattere […] non mostrano che ha una personalità. […] I personaggi non hanno una voce loro atta a rivelarli; e talvolta non hanno neppure tratti propri a contraddistinguerli. […] Spesso in un buon racconto è proprio il carattere del personaggio a determinare lo sviluppo di un’azione. Mentre, in questi racconti, mi sembra quasi che lo scrittore abbia prima pensato all’azione, e poi rimediato alla meglio con un personaggio in grado di compierla. Facendo il contrario, di solito, le cose riescono meglio. Se cominci da una personalità vera, qualcosa accadrà per forza; e non c’è bisogno di sapere che cosa sia prima di iniziare.
(F. O’Connor, Nel territorio del diavolo)
Niente è più difficile come non ingannare se stessi.
(L. Wittgenstein, Pensieri diversi)
Tutto si può inventare tranne la psicologia.
(L. Tolstoj, da una lettera ad Anton Cechov)
Chi scrive corre due pericoli: il pericolo di essere troppo buono e tollerante con se stesso, e il pericolo di disprezzarsi. Quando vuole troppo bene a se stesso, quando si sente per tutto ciò che pensa e scrive traboccante di simpatia, scrive allora con una facilità e lucidità che dovrebbero metterlo in sospetto […] Quando invece prende a disprezzarsi, abbatte prontamente i propri pensieri, li atterra a fucilate non appena si alzano e respirano, e si trova ad ammucchiare intorno a sé convulsamente cadaveri di pensieri, ingombranti e pesanti come uccelli morti. Oppure ancora, essendo pieno di disprezzo di sé, ma anche di una oscura speranza, scrive e riscrive la medesima frase in capo a un foglio infinite volte, nella fiducia assurda che da quella frase immobile sgorghino a un tratto, per un miracolo, vitalità e riflessione.
(N. Ginzburg, Mai devi domandarmi)
L’oscurità, la mancanza di chiarezza nell’espressione, è sempre e dovunque un sintomo assai brutto. Poiché in novantanove casi su cento essa deriva dalla mancanza di chiarezza nel pensiero, che a sua volta deriva quasi sempre dalla sua originaria incongruenza, inconsistenza e dunque inesattezza. […] ciò che è pensato in modo chiaro trova facilmente l’espressione adeguata.
(A. Schopenhauer, Sul mestiere dello scrittore e sullo stile)
Nella vera poesia […] le espressioni che suonano più semplici ci riempiono di sorpresa e di gioia perché rivelano noi a noi stessi.
(B. Croce, Poesia e non poesia)
Sono tornata.
Dopo oltre un anno di attesa, giustificata o ingiustificata che sia, nonostante tutto questo luogo (che è più per me che per altri in fin dei conti) mi manca. Perchè al di là del lavoro non scrivo mai quanto vorrei. E questo mi dispiace.
Ad ogni modo, ora e per ora, sono tornata.
Poi sono una bestia inquieta e poco dedita alla routine e che si stanca in fretta di questo e quello, quindi non garantisco nulla.
Ma per il momento ci sono.
E' tornata anche S. E sono contenta. Ieri sera ci siamo riviste dopo 6 mesi ed è stato come sempre, un ritrovarsi intatte in quel che siamo: chiacchiere fitte e interessanti, comunione di interessi su molte cose (e poi dopo la folgoratio di Anobii come non esserle grata??)
B. invece se n'è andata. Stavolta credo proprio per sempre. Più che altro perchè non sono disposta a tornare sui miei passi, perché su certe cose, su certe parole non riesco a passare sopra. Ci può essere la rabbia e il dolore e se vogliamo anche la delusione, ma l'amicizia è un'altra cosa, è prima tutto dialogo che tocca sempre a me andare a stimolare... dunque amicizia a senso unico? O forse nemmeno quello, da quel che si dice... Ad ogni modo non si possono calpestare e dimenticare 10 anni di amicizia con parole taglienti, pensando che ferire gli altri sia lenire se stessi...
A. se n'è andato. Sicuramente per sempre. Ma di questo non sono ancora pronta a parlare. Perchè se riprendo in mano quella lettera rischio sempre di finire in lacrime. E ancora non sono pronta ad accettare che davvero non ci sia più.
Insomma, più o meno a pezzi, più o meno intera. Grosso modo simile, ma in fondo profondamente diversa. Sono tornata.
Il telefono suona.
E la voce dall'altra parte è una voce distante una decina d'anni. Un vecchio professore di liceo.
Stanno organizzando qualcosa per il ventennale della scuola, l'anno prossimo, e cercano di ricontattare tutti. Io non ho mai cambiato numero (nonostante le ostilità della Tim).
Lui ha la stessa voce di allora, forse appena più cupa. Me lo ricordo alto e dinoccolato. Chissà se ha lo sguardo stanco, ora.
"Senti che voce da donna" dice di me.
Normale, considerato che mi sono diplomata 14 anni fa.
Pare un secolo.
Ricorda ancora che gli devo una birra, per aver indovinato il mio voto di maturità.
Poi è passato il tempo, io sono fuggita da Milano...
Mi racconta di un paio di compagni che ha già contattato: un genio dell'economia, un altro che insegna in Bocconi, un'altra che ha appena avuto un bimbo...
La sensazione è strana. Per certi versi li vedo ancora là, cristallizzati in quell'aula dalle pareti blu, seduti ciascuno al proprio banco. E mi viene un'enorme malinconia, una nostalgia per quei giorni così leggeri (averlo saputo allora...). Poi penso che chissà come sono cambiati, chissà se condividono la mia bislacca emozione all'idea di incontrarli, vergognosa romantica che sono...
Poi chissà se abbiamo davvero condiviso quel che credo. Chissà se i ricordi son poi gli stessi che mi strizzano il cuore anche oggi.
Staremo a vedere se quell'incontro si riuscirà a combinarlo
Stanotte F. è venuto a trovarmi in sogno.
C'era una strana rimpatriata tra vecchi compagni di scuola, in effetti lui non sarebbe dovuto centrare per niente, ma di fatto era lì, in mezzo agli altri.
E alla fine della festa ci siamo avvicinati e parlati. Siamo rimasti abbracciati non so quanto, ricordo di avergli sussurrato all'orecchio che mi mancava, da pazzi, come mi manca quel mare schiumoso le cui onde si frangono sulla diga. Quel mare di cui lui porta il profumo.
Poi ci siamo baciati. Come amanti che si ritrovano senza essersi mai persi. Anche se so che non è affatto così, che non siamo mai stati altro che cugini che sono inciampati a un certo punto in uno strano gioco da adolescenti, quando gli ormoni fanno sragionare.
Eppure non lo so. In fondo penso che poi ci sia anche dell'altro.
Mescolati nel fondo di questo rapporto bislacco ci sono i nostri giochi da bambini, i pomeriggi passati a colorare e far disegni, a farci compagnia, le lunghe giornate d'estate a giocare a pallone dietro casa, quell'affetto fatto di gesti piccoli e apparentemente insignificanti.
E poi tornare, un'estate e trovarlo diverso: bello come il più irraggiungibile degli uomini, spavaldo, col suo ciuffo schiarito dal sole, guardarlo correre dietro a tutte le ragazzine, sapere delle sue conquiste, osservare il suo corpo farsi quello di un uomo.
Poi non lo so neanch'io cos'è successo. Sarà che voltandosi un giorno anche lui mi ha visto con occhi diversi. E semplicemente ha allungato una mano e mi ha presa. Di sorpresa, ma così dolcemente, su quelle scale dove la luce si era appena spenta.
Son passati 20 anni da allora e continuo ad amarlo con l'affetto di una sorella e a desiderarlo in quella maniera un po' infantile che solo le illusioni posso avere. Perchè chiaro che la nostra vita è un'altra. Ma quando ci ritroviamo c'è ancora un pizzico di quei tempi lontani che viene a confonderci: ci sono sguardi che non saprei spiegare, ci sono gesti lenti e pieni di affetto, ci sono le chiacchiere fitte di due che non si sono mai persi, seduti sui gradini come ragazzini, a raccontarci la vita che intanto scorre.
Non credo che il mio desiderio in fondo passerà mai. E parte del suo fascino lo deve proprio al fatto di non potergli dare un nome nè un destino. Alla fine penso che se mai accadesse di nuovo qualcosa, tra noi, forse sarebbe meno magico di quello che immagino.
E quindi va ancora bene così, vanno bene quei baci pieni di passione e di malinconia, finchè ce li rubiamo solo nei sogni
Mi sveglio che sono le 9 (è uno dei pochi aspetti che apprezzo della domenica).
I raggi del sole si infilano attraverso le persiane chiuse, quasi a chiamarmi. Fuori, il cielo è limpido, appena solcato da nuvole sfilacciate.
Mi vesto in fretta: calzettoni, piumino e stivali, la temperatura è ancora rigida, ed esco coi cani.
Respiro l'aria tersa, mentre loro corrono avanti. Annusano prima il vento, poi le piante gelate e il terreno duro, sotto le zampe e le suole. Li invidio: quel loro tartufo umido è in grado di cogliere una quantità enorme di sfumature di odori e profumi. Sotto le loro narici si spalancano universi olfattivi inimmaginabili, che parlano di passi di uomini, tracce di animali notturni, piste di altri cani che hanno segnato i loro territori. E poi talpe che sono sbucate dalle loro tane, macchine agricole che hanno lasciato solchi ma anche un odore tutto loro, che io non conoscerò mai, concime e pollini addormentati nell'inverno.
Il sole mi batte sul viso, tiepidissimo, dietro il respiro ancora gelido di questa mattina. In lontananza, le montagne sono spruzzate di bianco. Mi immagino gli sciatori di questa domenica mattina, col sole brillante a rimbalzare sugli occhiali scuri.
Le tane delle talpe sono ricoperte per metà di brina gelata . Il lato dove ha soffiato il vento stanotte, portando il suo bacio gelato. E loro là sotto, nel silenzio ovattato delle loro gallerie, probabilmente consapevoli dei miei passi che rimbombano dalla superficie. Magari mi immaginano come una specie di gigante, io che a malapena arrivo al metro e sessanta.
Thor e Maira corrono. La felicità di un cane sta tutta in quella sfida al vento, le orecchie appiattite lungo la testa, le zampe che fendono l'aria e ricadono pesanti ma aggraziate sul terreno, gettandosi alle spalle piccole zolle di terra divelte. Le virate improvvise, le frenate perchè un odore più forte di altri (forse più caro?) ha attirato la loro attenzione, e poi le danze giocose, per invitare l'altro a una nuova gara.
Mi godo questo attimo di pace, nella quasi immobilità della domenica mattina.
Le campane della chiesa risuonano dalla cima della collina del paese. Richiamano la folla ad un rito al quale non partecipo da tempo. Se ho voglia di parlare con Dio, preferisco questo prato sterminato.
Impestata di raffreddore che di più non si potrebbe, dopo un incessante coff coff e conseguente rigirarmi nel letto senza posa decido di alzarmi.
Potrei stare a letto almeno fino alle 8 oggi. E invece no. Tosse vuole che alle 7.15 o poco più sono giù in cucina che sistemo i resti delle stoviglie della cena. Svuoto e carico la lavastoviglie e la faccio partire. Il suo placido ron ron mi fa compagnia e al tempo stesso mi consola il fatto che non sono l'unica già in attività (ovviamente ci saranno un miliardo di persone che si son svegliate tipo alle 5 ok ok ma oggi era la mia giornata di tranquillità...)
Apro la finestra sul giardino e fuori c'è solo nebbia. Nebbia lattiginosa che si attacca alle cose e sfalsa i contorni di case e strade e ti dà l'idea che solo un centinaio di metri più in là il mondo finisca, inghiottito da un inquietante niente. Niente colline, niente campi, niente capitello della Madonna, niente ponte sul fiume...
I miei cani mi corrono incontro festosi e ancora mezzi addormentati. Ma ragazzi non è ancora ora di pappa e qui fa un freddo cane (ops..) e questa umidità proprio non la reggo. Mi riempie la gola come un respiro pesante e opprimente. Una carezza per ciascuno e rientro in casa.
La luce accesa sopra il tavolo della cucina, il mio computer, le lettere che si inseguono. Leggo e scrivo. Alle volte mi pare di non sapere fare altro.
E non è che mi sbagli un granchè. Con la chitarra non c'è stato verso... cantare giusto quel poco che ci si può concedere in auto, prima che quello fermo accanto a te al semaforo ti guardi con aria stralunata... l'abilità per il disegno l'ho persa prima di diventare grande e pensare che dipingevo i jeans di tutti, alla scuola media... attività manuali tipo cartonage, decoupage e altre misteriose attività dai nomi rigorosamente stranieri non mi ci metto nemmeno... ho dipinto casa di blu una volta. Quello era venuto bene. Faceva tanto scuola materna, ma metteva allegria.
Quindi alla fine non mi resta altro. Leggere e scrivere.
Ho giusto appena risposto con gentilezza alla mail piuttosto piccata di uno stronzetto pieno di sé che avrei volentieri mandato a quel paese, ma che deve fornirmi dei materiali per un libro (ahimè).
Ormai sono le 8,30. Credo che la mia giornata sia indiscutibilmente cominciata.