La stanza di Nemesis

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sabato, 27 gennaio 2007

Il luogo dell'anima

porto_sm

postato da: MairaNemesis alle ore 11:25 | link | commenti
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giovedì, 25 gennaio 2007

Il martedì del diluvio

Il giorno dopo...

Speravo che tu mi scrivessi.

Io ci ho provato ieri sera, con una bozza di messaggio intitolata "Oggi".

 

Poi, come quasi sempre, il tempo tiranno e tutto il resto.

E la bozza, piccola bozza, è rimasta sotto le coperte calde della cartellina "Documenti".

 

E allora ho detto a me stesso "oggi ci riprovo". Ma alla fine sei arrivata prima tu. E sono contento così.

Perchè la tua sintesi dice tutto quello che avrei voluto dirti, con mille parole forse superflue, o forse no.

Come quando due labbra si sfiorano soltanto, in quel preciso istante hanno detto tutto.

 

E' stato il mio giorno più bello con te.

Il giorno prima è il diluvio.

Per tutta strada c'è una specie di cappa pesantissima che dal cielo si distende lungo l'autostrada. E' come viaggiare in un tunnel scuro, opprimente e terribilmente umido.

Poi mi infilo nello stomaco ferroso della metropolitana. E' tutto molto diverso da quando la prendevo per andare a scuola, per certi versi sembra passato un secolo, non una decina d'anni o qualcosa di più. Di fronte a me, sui quattro rigidi sedili blu, con alle spalle pubblicità sempre diverse, siedono quattro persone. Tutte di etnie diverse. Popoli che si incontrano e si mescolano in questi treni affollati e caldi, che ondeggiano sulle rotaie come mercantili troppo carichi.

Per certi versi è affascinante. Poi mi chiedo quanta integrazione ci sia, alla fine. E temo davvero poca.

Palestro. La mia fermata. Esco di nuovo alla luce del sole. Sì, si fa per dire. La pioggia ha smesso di rovesciarsi dal cielo (e in ogni caso io non avevo portato l'ombrello, perchè li odio, meglio il cappuccio sulla testa e il rumore delle gocce che picchietta sul tessuto). Ma l'aria è ancora umida e le nuvole si inseguono.

Mi vieni incontro. Sorridente, a sorpresa ma non troppo perchè chissà come e perchè, in qualche angolo della mia coscienza sapevo che avresti fatto qualcosa del genere: non chiamare e comparire così, dal nulla, schivando le pozzanghere.

Pranzo insieme, dopo l'appuntamento cui ero diretta. In un localino minuscolo e affollatissimo, dove hanno infilato tavolini in tutti gli angoli possibili e immaginabli. Per fortuna la saletta al piano inferiore ha dimensioni più umane e pochi astanti seduti ancora ai tavoli (sono quasi le 14).

Mangiamo e parliamo. Moltissimo. Del mio lavoro, del tuo, di tuo figlio, di tempi che dovrebbero essere lontanissimi e che sempre aleggiano su di noi, come fantasmi o malinconici ricordi. Devo ancora collocarli. Anche se forse non ha poi tutta questa importanza.

Una parte di me non smetterà mai di vivere di quei ricordi. Per quel che riguarda te e non solo.

Credo sia stato il mio periodo felice, felice in quel modo assolutamente spensierato, in cui i problemi sono come miraggi tremolanti in fondo alla via, talmente lontani e fatui da non doverli neppure considerare. Tutto era appena oltre la curva della strada. Poi prima o dopo ci sono arrivata.

Ma quel tempo dell'anima era perfetto. Per certi versi l'apice della libertà interiore, della coscienza, dell'essere, del vivere davvero a pieno, con tutti i sensi.

Spero che il paradiso somigli a quei giorni.

La metropolitana ci ha riportato alle nostre auto e al nostro oggi. Rivederti è sempre una sensazione strana. C'è questo nostro passato, sul fondo, c'è il nostro presente tanto diverso, ci sono le illusioni e insieme la convinzione assoluta che niente potrebbe essere diverso da com'è. Che è così che doveva andare.

Oggi vivo una felicità diversa. Più concreta, meno inebriante, ma più serena. E tu sei nel posto giusto, nel momento giusto. Niente appare fuori posto.

Alla prossima.

postato da: MairaNemesis alle ore 10:50 | link | commenti
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venerdì, 12 gennaio 2007

Quando il destino è proprio dietro la nebbia...

Ravi usciva di casa tutte le mattine alle 6.30. Si vestiva di tutto punto, calzettoni di lana, guanti di lana, cappello di lana ben calcato sulle orecchie, che l'inverno, in questo paese, è davvero freddo.

E in mattine come queste, quando la nebbia si infila attraverso le maglie della sciarpa, stretta sulla bocca, e ti scivola giù per la gola, è anche peggio. Tutta quell'umidità ti entra nelle ossa.

Ravi al lavoro ci deve andare in bicicletta. Non si è mai lamentato, sa che c'è chi sta peggio di lui. Lui stesso, solo 5 anni fa, nel Bangladesh, faceva una vita del tutto diversa. Questo paese, l'Italia, è una specie di paradiso, ha un lavoro, ha comprato casa. Vale pure la pena di prendersi un po' di freddo. IN fondo basta coprirsi bene. E poi l'inverno passa in fretta.

L'inverno passerebbe in fretta. Ma questo non passerà.

Ravi non la vedrà la primavera sbocciare sui rami, non sentirà nell'aria profumi che in qualche maniera, non sa nemmeno se sia uno scherzo dell'immaginazione, gli ricordano i profumi della sua terra.

Sua moglie si è alzata per preparargli la colazione, ma i bambini a quell'ora dormono ancora e Ravi non vuole disturbarli. Non li ha salutati, prima di uscire. Forse gli hanno dato un bacio ieri sera, prima di andare a letto, ma non ricorda.

Ravi chiude la porta dietro le spalle, come in altre mille mattine, tutte uguali, inforca la bici e pensa che di sicuro suo cugino riuscirà a procurargli un faro nuovo, prima o poi.

Di strada non ne ha fatta molta, la fabbrica dista solo qualche chilometro. Pedala in silenzio, in giro non c'è quasi nessuno, tiene la testa bassa e gli occhi socchiusi contro l'aria fredda.

La nebbia non è poi così fitta ma fluttua ancora pigra sui campi e sull'asfalto umido. Questa notte ha piovuto.

La macchina, Ravi, non l'ha nemmeno sentita arrivare. Tutto è ovattato, in mattine come questa. Anche il destino che ti balza addosso di colpo, in una mattina talmente banale da rendere il tutto terribilmente triste.

Anche quell'uomo, quello alla guida, davvero non si è accorto di lui, se non quando l'ha visto volare sul parabrezza. Non ha neppure capito cosa stesse accadendo, sulle prime.

Dopo, quando finalmente ha compreso, ha cominciato a piangere. Come un bambino. E non ha avuto il coraggio di toccarlo.

Ravi stava disteso al bordo della strada. Con gli occhi spalancati sul cielo che andava schiarendo, persi nella nebbia ancora molle, su di lui, una specie di mano vellutata sul suo petto.

Quando è arrivata l'ambulanza, aveva già smesso di respirare, ma quello sguardo era ancora lì, spalancato sulla nebbia o forse oltre, fisso su un cielo più ceruleo, alla ricerca di una terra davvero troppo lontana, ora.

Quando lo hanno coperto con un lenzuolo, in attesa del medico legale, non aveva più ben calcato sulle orecchie quel suo cappello di lana e aveva perso una scarpa.

postato da: MairaNemesis alle ore 18:47 | link | commenti (2)
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martedì, 09 gennaio 2007

I sogni son desideri???

E con questa mi sono assicurata il mio lettino stabile dallo psicanalista.

Stanotte ho fatto un sogno strepitoso. Vivo come lo sanno essere i miei sogni.

Non ricordo bene dove mi trovassi, ero in compagni di varie donne, sconosciute, ma con cui pareva esserci il feeling se non di un'amicizia, sicuramente di un rapporto gioviale e di piacevole compagnia. Poteva esserci quel clima un po' frizzante da vacanza

A un certo punto qualcuno ci dice di un locale lì vicino, è un posto dove si possono fare incontri maschili, si beve, si chiacchiera, si sta in 'piacevole compagnia' e il finale prevede una simpatica orgia. Ma il tutto descritto con assoluta allegria. Non mi dava l'impressione di un locale per scambisti per come ne ho la percezione io nella realtà.

Ci consultiamo e dopo molte titubanze decidiamo di andarci. Ci mettiamo in ghingheri e via che si va. Nel sogno percepivo esattamente l'imbarazzo e la concomitante eccitazione che avrei provato se la situazione fosse stata reale.

Entriamo. Il locale è rustico, costituito da diverse stanze. In una delle prime stanze, dopo un lungo corridoio con tendaggi e velluti un po' retrò, ci sono tavoli e panche in legno dove la gente chiacchiera e si scambia effusioni. Appena entriamo veniamo accerchiate dalla maggior parte degli uomini presenti, che sono comunque galanti, non eccessivi, si presentano in modo piacevole e garbato.

In una maniera che ha dell'incredibile, quanto a semplicità e spontaneità, ci troviamo a baciare le persone che più ci piacciono, senza nessun tipo di remora. Si fanno due chiacchiere, ci si bacia e poi si passa oltre.

Ci sono un paio di esemplari veramente interessanti.

Quello che mi affascina è la leggerezza del gioco. Non c'è niente di peccaminoso, di pruriginoso, di 'esclusivo'. Vedi una bella cosa e te la prendi e ne godi. Poi passi a un'altra, più bella, più interessante, differente. Un gran bel modo per passare una serata.

Come sempre sono una privilegiata nel mondo dei miei sogni: godo esattamente tutte le sensazioni che sto vivendo, come se quelle persone fossero realmente lì con me, come se io fossi davvero strizzata in quei jeans slavati e in quella magliettina attillata, invece che essere sotto il mio caldo piumone.

Man mano che si procede nelle stanze del locale, la situazione si scalda, si comincia a osare di più, le carezze di fanno più spinte, i vestiti cominciano a scivolare via.

Sfiga vuole che io non sia arrivata alla gradevole orgia finale, ma abbia dovuto destarmi prima, grazie alla sveglia che impunemente mi segnalava che, trattandosi delle ore 7,40, sarebbe stato opportuno alzarsi.

Ma chi sa... magari stanotte ci torno...

postato da: MairaNemesis alle ore 09:45 | link | commenti
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venerdì, 05 gennaio 2007

L'indifferenza uccide?

Angelina vive sola. Con i suoi due gatti.

Vive sola da non ricorda più nemmeno quando, in quella sua vita disgraziata che le ha portato via un marito che non aveva neanche 30 anni, che le ha fatto tirar su due figli arraccando tra il lavoro e un pezzetto di terra ingrato e le preghiere, tutte quelle preghiere che l'hanno tenuta in piedi, consolata anche quando avrebbe buttato via tutto, compresa la sua vita.

La vedi andare e venire con la sua macchina bianca, qualche volta coi bigodini in testa, per quella sua dignità all'antica di essere sempre a posto, anche solo per se stessa, riflessa nello specchio dell'ingresso.

Ogni giorno va a preparare il pranzo alla figlia invalida, a maggio non manca mai un rosario ai capitelli lungo la strada, la sera chiama i gatti e lascia fuori un pentolino con dentro qualche avanzo. Il suo giardino è un caos impressionante di erbacce e contenitori riutilizzati, di alberi che fioriscono a primavera e di avanzi gettati a marcire in un angolo, per fare concime.

Ma tra vicini, alle volte, ci si guarda senza vedersi sul serio.

Altrimenti, quella mattina, ci saremmo accorti che qualcosa non tornava. E lungo tutta la giornata ci saremmo chiesti com'è che l'Angelina quel giorno non l'avevamo vista tirar fuori la macchina e parcheggiarla di sbieco sul piazzale, com'è che le tapparelle di casa erano rimaste giù, eccezion fatta per quella del salotto, la prima che alza al mattino, quando si sveglia.

Non li abbiamo sentiti i gatti miagolare.

Siamo passati oltre.

Così ci siamo trovati alle sei della sera a sentir battere sulla sua porta. Non aveva risposto alle sue nipoti al telefono, a un'ora in cui era come minimo insolito che non fosse in casa. Insolito. O inquietante?

Così sono venute fin lì, col motorino e hanno sbirciato dentro dalla finestra del pianterreno.

E l'Angelina stava seduta sul freddo pavimento del salotto. Da chissà quanto.

Abbiamo dato una mano a buttar giù la porta. Perchè lei attraverso un vetro che era stato rotto per cercare di entrare borbottava "Arrivo, arrivo" ma non si muoveva di un centimetro. "Nonna siamo qui" la rassicuravano (si rassicuravano?) le sue nipoti.

Dopo, è arrivata l'ambulanza.

Una gran brutta crisi di glicemia, hanno detto i dottori. Era seduta sul pavimento da quella mattina. E nessuno se n'era accorto. Nessuno.

Adesso al posto della porta sfondata è stato messo un pannello di legno, per non fare entrare il freddo.

L'anno nuovo l'Angelina l'ha cominciato all'ospedale. E chissà quand'è che tornerà a casa, chissà se potrà usarla ancora quella sua macchinetta bianca. Quasi abbiamo nostalgia di vederla parcheggiata di sbieco, sul piazzale

postato da: MairaNemesis alle ore 09:06 | link | commenti
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